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TALPONIA
PUNTI DI VISTA

>1 Gli Architetti

3.3 approfondisce gli studi sull'oggetto

PAROLE CHIAVE

 

 

 

 

STUDIA LA STORIA DELL'OGGETTO

UNITA’ RESIDENZIALE OVEST

Nel 1968, Roberto Gabetti e Aimaro Oreglia d 'Isola ricevono da Roberto Olivetti e Bruno Jarach (in qualità di amministratori delegati della Olivetti) l'incarico di costruire un edificio "da destinarsi a minialloggi". L'Unità residenziale Ovest - meglio nota agli abitanti di Ivrea con il nome di "Talponia"- deve infatti ospitare dipendenti Olivetti al primo insediamento nella città.
Tra i terreni proposti dalla committenza Gabetti e Isola scelgono un terreno quasi di risulta, ai margini della proprietà della Villa Casana, caratterizzato da un avvallamento e dalla presenza di una natura non antropizzata. La costruzione sfrutta la particolarità del sito - un terreno in leggero declivio - per definire quello che da più parti è stato indicato come un esempio di land architecture.
Il complesso si sviluppa su due piani secondo una pianta semicircolare di quasi 70 m di raggio e di circa 300 metri di lunghezza ed è, per la parte esterna dell'emiciclo, completamente interrato. Al suo interno sono collocati 12 alloggi duplex e 70 alloggi simplex serviti da una strada coperta. I simplex sono destinati a uno o due persone al massimo. La loro superficie è di circa 50 mq organizzata su un unico ambiente: un grande spazio la cui parete di fondo si affaccia sul grande crescent interno. I servizi interni, sono collocati vicino all’ingresso. I duplex sono destinati ad una piccola famiglia, 3 o 4 persone massimo: al piano inferiore è la zona notte, al piano superiore il soggiorno e la cucina. Ogni appartamento ha il proprio garage: insieme costituiscono una corona circolare concentrica a quella degli appartamenti. Gli accessi agli alloggi sono da una strada interna all’arco di cerchio, che corre sotto il declivio di terra ed è illuminata da lucernai in plexiglas a forma di calotta sferica.
Agli stessi Gabetti e Isola si deve il progetto degli arredi per gli alloggi, steso nei primi mesi del 1970 e realizzato dalla ditta Boschis di Torino entro l’estate dello stesso anno. Divani-letto, sgabelli, tavoli-scrittoio, cassettiere, piani-lavabo sono i diversi elementi modulari dell’arredamento dei simplex e dei duplex progettati in materiale durevole – compresa la formica di rivestimento e il “tapisom”, strato di gomma che ricopre anche tutti i pavimenti – per garantire una lunga durata con manutenzione minima, data la natura di “casa albergo” del residenziale.
Esternamente risultano visibili soltanto la parete vetrata continua dell'affaccio degli alloggi: essa è un curtain-wall con una fitta partitura di montanti in alluminio, elementi fissi alternati a parti apribili; e la passeggiata panoramica che funge da copertura, in quota con le vicine residenze di Figini e Pollini: essa è prolungamento praticabile del terreno circostante, costituita dal manto erboso, ed è evidenziata solo dai lucernai in plexiglas.

L'Unità residenziale Ovest viene costruita tra il 1968 e il 1971 con
la partecipazione, nella progettazione architettonica, di Luciano Re e, nella progettazione strutturale, dell'ingegner Antonio Migliasso della Sertec: i lavori sono eseguiti inizialmente dall'impresa costruttrice Ermanno Piano di Genova (di proprietà del fratello di Renzo Piano) e, successivamente, dalla stessa Sertec. Benché questo progetto si allontani sia come impostazione sia come esiti formali dalla "media" delle architetture del luogo (ma anche dalla poetica fino ad allora perseguita da Gabetti e Isola), esso riprende con successo la tradizione che vede Ivrea come luogo privilegiato per la realizzazione di opere di alta raffinatezza progettuale e qualità esecutiva da parte dei migliori protagonisti dell'architettura italiana e internazionale.

L’architettura del Residenziale Ovest nasce da un luogo, volutamente marginale rispetto all’eclettica “città razionalista” di Ivrea, in dialogo con una natura che non denota interventi significativi dell’uomo. L’edificio sembra sorgere per mimesis paesaggistica, al di fuori di una biografia professionale che aveva fatto del dialogo con il luogo costruito un terreno di continuo ripensamento. Ma l’analogia naturalistica si ferma al disegno. La costruzione infatti sottolinea la sua artificialità nell’uso dei materiali, tra i meno mimetici, come nel proporzionamento della scansione di facciata, tra le più classiche.
Il primo edificio italiano ufficialmente ricociuto come land architecture propone un connubio tra natura e artificio, giocato ai suoi estremi: gli alberi e il cristallo. Ma l’interesse per il Residenziale Ovest è, in realtà, la proposta di un’architettura per sottrazione. L’edificio è sottratto alla vista del passante, deve essere cercato: la sua architettura non è pensata come segno progettato per essere riconosciuto, ma come segno dentro un universo di segni complessi, che deve essere decifrato.
Il Residenziale Ovest sfida l’horror vacui e la nuova monumentalità che la contemporanea cultura architettonica, non solo italiana, stava cercando nella high tech o in una metastorica tipologia, e per questo stupisce l’unanime assenso da cui è accolto.
La sua fortuna critica è costruita sul recupero dei valori di anticipazione della ricerca di Gabetti e Isola, in una visione della storia che tuttavia Portoghesi aveva chiamato, quindici anni prima, un procedere per “scatti dialettici”, l’esigenza di definire il nuovo in contrapposizione al vecchio. Una fortuna critica che accomuna Gabetti e Isola ad altre figure particolarmente discusse della loro generazione , come Aldo Rossi, e che pare costruita essenzialmente sulla necessità di inventare un’altra tradizione. Il fatto che il Residenziale Ovest non costituisse l’inizio di una maniera, ma il recupero di un modo d’essere davanti al progetto di architettura libero dal fantasma della continuità che solo l’essere dentro una tradizione avrebbe potuto legittimare, doveva essere immediatamente testimoniato dai successivi progetti di Gabetti e Isola.